Skip to content

Femminicidi? Dobbiamo parlare diversamente degli autori delle violenze

Davanti a reati brutali la reazione emotiva di sdegno è comprensibile, immediata, emotiva. Diventa quindi facile scagliarsi dicendo che l’ennesimo “femminicidio” sia frutto di un raptus di un “bruto”, un’ azione di uno “schifoso” assassino che non merita alcuna pietà. Si sprecano interpretazioni legate al senso del possesso maschile e facili quanto inutili consigli alle donne sul fatto che occorre “solo” denunciare, che tanto “il maltrattante non cambia” e che bisogna sempre“ allontanarsi subito” e “non concedere mai un ultimo appuntamento.”
Ma passato lo sdegno emotivo è necessario riflettere e cominciare ad elaborare strategie di contrasto efficaci. Perché al di là del comportamento del singolo uomo e della singola brutalità ingiustificabile, ogni “femminicidio” è un fallimento della comunità a proteggere e della politica a governare i processi di integrazione necessari per costruire efficaci strategie di contrasto e protezione.
Alle responsabilità ed alle soluzione per gli “infami e schifosi assassini” ed ai messaggi generalisti dai toni apocalittici torneremo più avanti.
Analizzare la questione della violenza di genere con competenza ed attenzione è dovere fondamentale di ogni politico, ancora più di coloro che si indignano. Se poniamo quindi l’attenzione a cosa fare per impedire i “femminicidi” e di dove siano le responsabilità maggiori sul fallimento a proteggere le donne, l’indice è spietatamente puntato sulla carenza di un piano strutturato ed implementato a livello nazionale, regionale e locale.
Per contrastare la violenza non è sufficiente firmare le Convenzioni, promulgare Leggi e formulare protocolli: occorre applicarli. Occorre trasformali in pratiche quotidiane di lavoro e occorre finanziare i progetti in grado di sostenere questo tipo di cambiamento.
Quali sono i punti su cui occorre fare leva?
Fermo restando il ruolo fondamentale dei Centri antiviolenza per la rilevazione ed il sostegno delle donne che subiscono violenza, secondo fonti di ricerca solo il 5% dei casi di violenza sono ad altissimo rischio, quindi la prima indicazione è che occorre formare tutti gli operatori a rilevare il rischio e poter attivare procedure differenziate per situazioni ad alto rischio. Nel caso delle situazioni ad alto rischio vanno creati dei pool specializzati e vanno create misure di contenimento e prevenzione per gli autori di violenza. I punti fondamentali sono quindi cinque:

1) Sostenere e finanziare i centri antiviolenza
2) Formazione di tutti gli operatori ed in particolar modo degli operatori di giustizia
3) Adozione di strumenti di rilevazione del rischio
4) Creazione di pool specializzati per la presa in carico delle situazioni ad alto rischio
5) Creazione di misure di prevenzione e di contenimento per gli autori della violenza

Torniamo alla questione degli uomini responsabili di violenza. E’ ovvio e pleonastico sostenere che vanno puniti con severità i colpevoli. La questione rilevante è come prevenire futuri atti violenti. Su questo esiste un problema sostanziale. I sistemi penali sono strutturati prevalentemente per punire ciò che è avvenuto in passato, piuttosto che per cercare di predire il futuro. Occorre trovare misure da affiancare all’arresto per mettere in atto altre forme di prevenzione: l’ordine di allontanamento e il controllo con G.P. S. per la localizzazione dell’autore delle violenze. Nel 60% dei casi le misure di tutela della vittima sotto forma di ordine di protezioni risultano efficaci, solo nel 40% dei restanti casi è necessario prevedere una forma più marcata di controllo. Se i maltrattanti entrano nella zona di restrizione, il dispositivo G.P.S. lancia un allarme che dovrebbe far scattare l’arresto. In questo modo si contiene l’autore della violenza non costringendo la donna ed i bambini a cambiare casa, lavoro, scuola e talvolta perfino città. Ciò che può permette di abbassare il numero degli omicidi è passare da non avere nessuna forma di contenimento a un gruppo di operatori attivamente impegnati ad investigare continuamente la situazione, creando una reattività nel caso di un peggioramento della violenza. Consideriamo che la possibilità di attivare un dispositivo di controllo di questo tipo è previsto dal nostro codice penale con L. n. 4/2001. Ivi il legislatore ha previsto che il giudice può disporre con la misura degli arresti domiciliari – anche in sostituzione della custodia cautelare o come misura alternativa alla detenzione domiciliare, l’utilizzo del braccialetto elettronico. Tale possibilità è utilizzabile per i casi di violenza domestica come previsto dalla L. 119/2013 anche in caso di allontanamento dalla casa familiare per i reati previsti dall’art. 282 bis comma 6 c.p.p.
Le questioni legate ai costi ed alle disponibilità dei braccialetti elettronici sono state al centro di polemiche, ma una seria valutazione di strategie per abbassare i costi dell’applicazione dei dispositivi e l’utilizzo in situazioni di violenza domestica dovrebbe rappresentare una priorità.
Il panorama non sarebbe completo se non si estendesse il ragionamento sulla prevenzione anche a soggetti che hanno commesso reati sentinella. Se ai primi episodi di “spintonamenti”, “schiaffi”, “offese”, “svalorizzazioni” e “spaccare oggetti” ci fosse la possibilità di ricorrere all’Ammonimento al Questore, sempre previsto dalla L. 119/2013, che include indicazioni di rivolgersi ad un Centro che si occupa di trattamento e di rieducazione, l’articolazione degli interventi comincerebbe ad arricchirsi di nuove potenzialità. Purtroppo attualmente tale istituzione, nonostante la previsione di legge, non viene utilizzato.
Inoltre, se riconosciamo come anche indicato dalla Convezione di Istanbul e dal preambolo della L. 119/2013, nonché dal Piano Nazionale di contrasto alla violenza di genere il carattere sociale e culturale della violenza è necessario cominciare a riflettere sul dato che in Italia circa due donne su dieci hanno subito violenza dal partner o ex-partner. Si parla quindi di “uomini normali” in relazioni comuni che non possono essere relegati all’ambito della psicopatologia o “mostruosità”. Per questo è necessario trovare un linguaggio ed una modalità di coinvolgimento degli uomini che esuli dalle modalità spinte dallo sdegno emotivo. Sebbene sia comprensibile il sentimento alla base delle esternazioni di “schifosi e malvagi assassini” e di “persone che non possono cambiare” è chiaro che rendere “mostri” gli assassini ed in generale gli uomini violenti, non aiuta ad avvicinare un messaggio di cambiamento e di richiesta di aiuto di uomini che sono in difficoltà con comportamenti prevaricanti ed aggressivi, ma che faticano a vedersi responsabili di violenza. Per modificare i comportamenti di questi uomini è necessario parlare di una “normalità della violenza” con un linguaggio in cui le persone riescono ad identificarsi e non sentirsi dei “mostri”.
La paura di perdere la compagna, la gelosia, il bisogno di controllo sono il cono d’ombra della mascolinità contemporanea. Il linguaggio da “giustiziere” che spesso le persone (ed i personaggi politici) utilizzano non fanno che riprodurre un modello di mascolinità dominante che è parte fondante del problema.
Per raggiungere un numero maggiore di uomini, di “uomini normali” che riconoscono il disvalore della violenza, ma si ritrovano ingabbiati in relazioni in cui si sentono vittime e a cui reagiscono con violenza dobbiamo pensare a campagne di sensibilizzazione diverse. Forse qualcosa che aiuti gli uomini a riconoscere e dare un nome alla propria vulnerabilità e fragilità. A capire che quel nodo che sentono nello stomaco, nelle spalle, nel collo sono indice di un malessere che può e deve sfociare in una richiesta di aiuto e che esistono centri e strutture in grado di aiutarli ad incanalare diversamente la loro aggressività distruttiva.
Per contrastare la violenza contro le donne sul piano dell’integrazione degli interventi per gli autori di violenza i punti sono quindi i seguenti:
1) Certezza della pena e condanne per i colpevoli dei “femminicidi”.
2) Misure di protezione per le vittime di violenza articolate per gravità e serietà del livello del rischio: misure cautelari in carcere, ordini di protezione e di allontanamento, misure di controllo con braccialetti elettronici.
3) Ammonimento al questore.
4) Attivazione dei servizi sociali, dei Centri antiviolenza e della comunità nella diffusione e l’invio ai programmi di trattamento per autori di violenza. E’ quindi fondamentale diffondere la conoscenza dei programmi per autori di violenza e soprattutto aumentare la loro diffusione sul territorio. Esistono attualmente circa 15 Centri riuniti in una associazione nazionale Relive (www.associazionerelive.it) ed alcune importanti associazioni presenti in alcune città – i centri CAM di Firenze, Nord Sardegna, Ferrara, Roma e Cremona(www.centroascoltouominimaltrattanti.org). Ma la loro presenza sul territorio è molto scarsa ed è fondamentale il riconoscimento e la valorizzazione di questo importante contributo al contrasto alla violenza contro le donne.

FEMMINICIDIO: SDEGNATEVI PURE, MA COMINCIATE A LAVORARE!

Comprendo e condivido lo sdegno sulla catena di omicidi e omicidi-suicidi di questi giorni.
Al punto di averne fatta una ragione di vita e di lavoro. Tutti i giorni e non solo quando la cronaca ci lascia sgomenti con le notizie di efferati delitti mi occupo del contrasto alla violenza domestica.
Quindi con convinzione ed impegno comprendo e condivido lo sdegno.
Ma per creare cambiamento sociale questo sentimento non basta e non serve l’odio, il rancore ed il risentimento.
Questi sentimenti sono il frutto della violenza come la paura, la confusione, la vergogna e l’amore. So che non si dovrebbe parlare di amore nelle situazione di violenza, ma se non ci fosse o non ci fosse stato, non ci sarebbero le feroci passioni che scatenano la violenza. Anche il possesso nasce dal desiderio e da sentimenti forti che probabilmente non corrispondono per tutti all’ideale di amore, ma per molti è quanto di più simile abbiano mai provato .
Nei sentimenti contradditori che sorgono dalla violenza nelle relazioni di intimità c’è sempre anche tanta confusione.
Allora per contrastare la violenza dobbiamo introdurre riflessione e pensiero dove dominano passioni, desideri e confusione. E per fare questo non serve lo sdegno, ci vuole mestiere.
Se fossi un uomo non firmerei la petizione “Se sei un uomo, firma contro il femminicidio”.
Non la firmerei perché non condivido l’immagine di una donna pesta che la rappresenta, perché non cederei alla tentazione di assecondare un invito sociale a definire “il mio essere uomo” sulla base di una azione come una firma di protesta, quasi che la mia mascolinità venga meno sulla base della definizione di una azione scelta da altri. Non firmerei perché non vorrei che una azione banale come una firma di una petizione mi assolvesse da un compito difficile di riflessione sui miei gesti quotidiani e la linea di continuità che mi unisce agli assassini piuttosto che fare ciò che mi pone senza riflessione critica “dalla parte dei buoni”.
Capisco l’intenzione di chi ha pensato la petizione e la condivido. Dobbiamo muoverci affinché tutti gli uomini si assumano responsabilità, in particolare quelli violenti, ma credo che dobbiamo farlo utilizzando riflessioni piuttosto che sdegno.
Il contrasto alla violenza deve trasformare lo sdegno in riflessione e trovare le azioni quotidiane che oppongano un fenomeno sociale e culturale che è attorno a noi 365 giorni all’anno e non solo quando la cronaca cerca di manovrarci come burattini.
Che gli uomini indignati comincino a sostenere associazioni come “Maschile Plurale”, campagne come “Il giardino dei Padri” ed il lavoro dei Centri come il “Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti” e “Relive” e comincino a lavorare davvero per il cambiamento a partire da sé e dalla fatica della quotidianità e dell’impegno. Che lo dimostrino che stanno “dalla parte dei buoni” con azioni di rispetto quotidiano.
Al funerale di queste donne (e bambini e talvolta anche uomini/suicidi) “non fiori, ma opere di bene”.

Femminicidio ed effetto emulazione: responsabilità dei giornalisti?

Stamani, davanti ad altri due omicidi/suicidi, ho pensato che forse avevo messo il pilota automatico e che avevo smesso di riflettere davvero su quello che stava succedendo. Ho percepito un senso di pericolo per qualcosa di molto rilevante che mi stava sfuggendo e che caratterizzava in modo nefasto la catena di eventi che si è seguita nei giorni scorsi.
Ha cominciato ad insinuarsi strisciante l’idea che la comunicazione di questi giorni stava facendo da acceleratore a qualcosa: e se ci fosse un effetto di emulazione?
Molti dei casi che abbiamo letto in questi giorni sono omicidi/suicidi. Ed ecco il click. Per i suicidi l’Organizzazione mondiale della sanità ha promosso una serie di ricerche che hanno mostrato che esiste un effetto grave di emulazione. Nel 2008 sono uscite le linee guida per i giornalisti per la prevenzione dei suicidi e il loro trattamento in cronaca con indicazioni specifiche per evitare di alimentare effetti emulativi. Riporto di seguito i suggerimenti ed invito i mezzi di comunicazione ed i giornalisti a provare a riflettere sulle possibili analogie sui fatti di cronaca riportati in questi giorni.
Questi i suggerimenti dell’Oms:
1. Considerare l’articolo come opportunità per accrescere attenzione e sensibilità pubblica sul tema del suicidio (suicidio/omicidio – violenza domestica – problema della violenza alle donne).
2. Evitare un linguaggio che enfatizzi il suicidio o lo presenti come evento “normale” o che lo presenti come soluzione di un problema. (linguaggio della gelosia, dell’amore, del non accettare l’abbandono)
3. Evitare di presentare la notizia in prima pagina o di metterla in primo piano o, ancora, di riproporla con insistenza (!)
4. Evitare particolari specie relativi al metodo usato nel suicidio o nel tentato suicidio. – Evitare di descrivere i luoghi scelti per i suicidi. (!)
5. Prudenza nei titoli (!)
6. Utilizzare con cautela foto e video.
7. Usare particolare attenzione nel raccontare l’eventuale suicidio di personaggi famosi.
8. Mostrare rispetto e cautela per le persone in lutto a causa di un suicidio di un proprio caro.
9. Dare informazioni su dove si può trovare aiuto (es. centri e servizi di supporto psicologico –centri antiviolenza/centri per autori di violenza).
10. Ricordare che gli stessi professionisti dell’informazione (specie coloro che si occupano principalmente di cronaca nera) possono essere influenzati dalle storie di suicidio.

5 SEMPLICI INDICATORI DI RISCHIO DI VIOLENZA FISICA DAL PARTNER

5 SEMPLICI INDICATORI DI RISCHIO DI VIOLENZA DAL PARTNER
Sei a rischio di violenza fisica dal tuo compagno se:

1.E’ geloso e non vuole che tu parli con altri uomini.
2.Cerca di limitare il tuo contatto con amici e conoscenti
3. Insiste nel saper con chi e dove sei in tutti i momenti.
4. Ti offende e di ridicolizza per farti stare male.
5. Ti impedisce di avere informazioni o accedere alle finanze familari anche se chiedi.

David M. Buss, The Dangerous Passion_ Why Jealousy Is As Necessary As Love and Sex-Free Press (2000)
Rainews I segnali che bisogna riconoscere

Come fermare i femminicidi

Quando si discute o si interviene sui casi di femminicidio una della frasi più gettonate è che si tratta di una questione complessa. Forse.

E se invece fosse facile prevenire gli omicidi femminili ad opera dei partner o ex-partner?

Se con un semplice post di un blog fossi in grado di delineare come si interrompe la carneficina?

Forse sarebbe peggio.

Forse saremmo tutti più responsabili se non mettiamo in atto i cambiamenti necessari.

Per un momento vorrei fare una fantasia.

Forse non è obbligatorio che l’Italia sia sempre 15 anni indietro sulle misure di contrasto alla violenza alle donne. Forse se alla misure varate dal Consiglio dei Ministri affiancassimo una seria riflessione sui filoni di ricerca internazionale, non ci vorrebbe poi così tanto per ribaltare completamente la situazione . Forse potremmo dire che il 2014 è stato l’anno in cui il dato si è abbassato del 50% il dato sul femminicidio.

Impossibile?

Non stando a quanto sostiene l’articolo del 22 luglio 2013 del “New Yorker” dal titolo “A raised hand” di Rachel Louise Snyder.

Quali sono i punti chiave messi in luce dall’articolo?

1)      La strategia più forte per la protezione delle donne negli Stati Uniti è stato il ricorso alle Case Rifugio. Le donne spesso non scelgono questa soluzione. In alcune casi per buone ragioni. Le case rifugio, pur essendo in molti casi un salvavita, sono luoghi in cui più famiglie co-abitano, spesso in situazioni rese precarie dalla scarsezza delle risorse. In molti casi non sono ammessi i figli maschi adolescenti ed è vietato portare animali domestici.  Le donne sono costrette a lasciare il proprio lavoro, a togliere i bambini da scuole in cui sono integrati, a non poter accudire anziani genitori e a  dover interrompere le relazioni con amici e conoscenti. Talvolta diventa una strada che nel medio e lungo termine non offre garanzie di sicurezza economica e nel futuro.  Sicuramente in questi anni le case rifugio hanno salvato delle vite e continuano a farlo, ma tutto l’onere del cambiamento cade sulla vittima e non sull’autore della violenza.

2)      Se le donne spesso scelgono di non andare in casa rifugio, cosa possiamo fare per tutelare e proteggerle? Il primo nodo sono gli strumenti di valutazione del rischio e gli indicatori di pericolo che permettano di  individuare i casi ad alto rischio. Questo permette di ridurre il numero di casi seguiti dato che statisticamente solo il 5% delle situazioni segnalate rientrano in una situazione di allarme.

3)      Il secondo nodo di criticità è il lavoro coordinato e di rete fra le agenzie preposte alla sicurezza: questura, forze dell’ordine, procura, pronti soccorso, servizi sociali, centri antiviolenza, servizi per gli autori. Gli omicidi avvengono se non si individuano i fattori di rischi e se c’è scollamento fra gli attori della rete.

4)      L’ultimo punto fondamentale è il contenimento degli uomini che agiscono violenza. Tale contenimento deve avvenire su due piani: la prevenzione e la repressione. Se da una parte infatti è fondamentale avere sul territorio servizi in grado non solo di prendere in carico gli autori, ma anche di monitorare il loro percorso e la motivazione al cambiamento, dall’altra nelle fasi acute di una separazione ad alto rischio è necessario poter contare su misure di contenimento. In particolare occorre introdurre l’idea che in casi a rischio è necessario attivare misure idonee a ridurre il rischio di recidiva. Negli Stati Uniti è stata introdotta una denominata “udienza sulla pericolosità” (dangerousness hearing – come misura per stabilire il rischio di minaccia alla vittima e non solo come pericolosità sociale, o di recidiva o di inquinamento di prove o di allontanarsi). In tale ambito naturalmente si trovano gli ostacoli relativi ad importanti aspetti giurisprudenziali (presenti ancor più marcatamente nel contesto italiano) della carcerazione preventiva. I sistemi penali sono spesso strutturati più per punire ciò che è avvenuto in passato che per cercare di predire il futuro.   All’arresto sono affiancate altre forme di prevenzione: l’ordine di allontanamento e il controllo con G.P. S. per la localizzazione dell’autore delle violenze.  Nel 60% dei casi le misure di tutela della vittima sotto forma di ordine di protezioni risultano efficaci, solo nel 40% dei restanti casi è necessario prevedere una forma più marcata di controllo. Se i maltrattanti entrano nella zona di restrizione, il dispositivo G.P.S. lancia una allarme che fa scattare l’arresto.  In questo modo si contiene l’autore della violenza non costringere la donna ed i bambini a cambiare casa, lavoro, scuola e talvolta perfino città. Ciò che ha permesso alla fine di abbassare il numero degli omicidi (nella contea di Amesbury, dove è stato adottato il modello da 1 donna all’anno a 0 dal 2005 ad oggi) è passare da non avere nessuna forma di contenimento a un gruppo di operatori attivamente impegnati ad investigare continuamente la situazione, creando una reattività nel caso di un peggioramento della violenza.

Riassumendo l’articolo in fondo non ci dice niente che già non sappiamo per contrastare gli omicidi femminili occorre:

1)      Formazione di tutti gli operatori ed in particolar modo degli operatori di giustizia

2)      Adozione di strumenti di rilevazione del rischio

3)      Creazione di pool specializzati per la presa in carico delle situazioni ad alto rischio

4)      Creazione di misure di prevenzione e di contenimento per gli autori della violenza

Quindi?

Ho provocatoriamente aperto questo post dicendo che sarebbe facile prevenire molti degli omicidi. Mi correggo, forse sappiamo cosa dobbiamo fare, ma questo non lo rende necessariamente facile.

D’altro canto se sappiamo quali misure occorre adottare e non lo facciamo non abbiamo una responsabilità etica rispetto ad ogni singola donna che da oggi in poi perderà la vita?

промышленная автоматизация индасофт

Perché non dovremmo parlare di “femmincidio”

In questo periodo si parla molto delle donne uccise dai propri compagni e poco della violenza domestica. Ma come, potrebbe obiettare qualcuno, il “femmincidio” non è forse la forma più aberrante ed estrema della violenza sulle donne?

Già formulata in questi termini la domanda diventa più interessante. La maggior parte degli omicidi sono commessi da uomini su altri uomini, donne, bambini/e.

Perché gli uomini ammazzano? Per regolamento di conti, per invidia, per vendetta con l’idea di ristabilire una violazione subita o percepita,  per prevalere sugli altri per stabilire un egemonia economica, un dominio nella micro come nella macro criminalità. Sono così diverse le ragioni per cui ammazzano le compagne? Per dominio, per prevalere sull’altra, per punirla, per gelosia, per ristabilire una ingiustizia subita o percepita. L’omicidio è sempre un gesto estremo, per cui non esiste rimedio, né espiazione possibile.  Neanche allo Stato, nella maggior parte delle democrazie, si riconosce il diritto di togliere la vita. Così facendo si esce fuori dal contratto sociale che sta alla base della costruzione etica delle nostre civiltà.

C’è qualcosa di non banale da aggiungere a questo se a morire per mano di un uomo è la propria compagna/moglie/amante o ex ? Provocatoriamente voglio sostenere che non c’è.

Ritengo invece che il cicaleggio mediatico sugli omicidi femminili crei disinformazione sulla violenza domestica. Chiunque, uomo o donna  o GBLT, che senta di un caso efferato di cronaca lo condanna e ne rimane indignato. Eppure fra quelle donne, uomini o GBLT ce n’è uno che fra due giorni diventerà un assassino e uno/a che sarà ucciso.

Come è possibile? Se tutti condanniamo la violenza com’è che non si interrompe?

Perché continuiamo a parlare del problema in modo che ne oscura le reali caratteristiche. Invece di parlare delle storie di normalità e della quotidianità che attraversa le esperienze di tutti/e noi, guardiamo al “Mostro assassino” ed alla “Vittima uccisa”. La retorica dei buoni sentimenti, del moralismo superficiale prevale sulla riflessione sul fatto che il 17% degli uomini e delle donne vivono con la violenza. Quasi tre famiglie su dieci combattono silenziose battaglie quotidiane per contrastare la violenza.  Le donne che la subiscono , ma anche gli uomini che la agiscono, che sono qualche volta uomini che cercano disperatamente di “sopportare” ed evitare il conflitto, ingoiando bocconi che sentono sempre più amari e che finiscono per sputare in forma violenta.  Anche loro combattono solitarie lotte interiori, che perdono regolarmente, aumentando il loro senso di fallimento, per resistere alle “provocazioni” e non trovarsi di nuovo in situazioni di violenza.

Allora forse la strada è cominciare a parlare alle persone con un linguaggio che avvicini invece di allontanare la violenza. Significa cominciare a domandarci se il nostro linguaggio nelle nostre relazioni affettive è rispettoso. Se, senza neanche pensarci svalorizziamo il nostro compagno/a con malcelata supponenza. Se dietro l’idea di “giusto” non stiamo imponendo all’altro la nostra visione del mondo, piuttosto che riconoscere la differenza e cercare strade diverse per aprire alle mediazioni.

Un linguaggio che parli di quella parte di sofferenza maschile anch’essa vittima della violenza, forse prevalentemente maschile, ma non solo. Un linguaggio che parli alle donne non pretendendo che siano super donne e che debbano essere sempre perfette ed adeguate in tutto, incluso il ruolo di vittima o di madre. Insomma un linguaggio più calato nel mondo e più in grado di creare cambiamento.

Le battute sessiste possono essere divertenti?

9 volte su 10 le battute sessiste non sono divertenti.

Sono banali, stereotipate, fastidiose ed irritanti.

1 su 10 è divertente, molto.

Alcuni elementi che negli altri 9 casi la rendono indigesta, in questo caso svelano una verità universale dei rapporti fra i sessi che fa ridere.

Un esempio?

“Prendiamo i regali. Se chiedi ad una madre cosa vuole per la Festa della Mamma, ti dirà, “Oh, non mi devi prendere niente.”Questo è naturalmente una bugia, come la maggior parte degli uomini ha imparato, in genere dolorosamente. Se davvero fossimo così stupidi da non dare niente a questa donna per la Festa della Mamma, si sentirebbe profondamente ferita. Perché quando ti dice di non darle niente, quello che intende dire è che non vuole doverti dire di darle qualcosa; vuole che tu lo faccia spontaneamente, per conto tuo, senza indicazioni, selezionando un dono pensato ed appropriato e possibilmente completamente inutile che mostra quanto l’apprezzi e quanto pensi a lei nel giorno della festa della mamma. Vuole che tu faccia un sacco di storie.

Mentre quando un uomo vi dice che non vuole niente per la Festa del Papà, egli intende – fate molta attenzione – che non vuole niente per la Festa del Papà. Ha già ricevuto troppi regali inutili per la Festa del Papà che non userà mai. Vede la Festa del Papà come un cumulo di stronzate scaricate sugli uomini dall’industria dei ristoratori e dei fabbricatori di bigliettini di auguri, in collaborazione con le donne. Sarebbe entusiasta del fatto che la sua famiglia celebrasse la Festa del Papà andando al ristorante senza di lui, lasciandolo sul divano a russare al ritmo suadente della Formula 1.

Ma quando gli uomini dicono che non vogliono niente per la Festa del Papà le donne scelgono di non credergli. Le donne adorano la Festa del Papà, perché include bigliettini, regali e assembramenti familiari e vari tipi di trambusto che agli uomini in genere non piacciono e che le donne in genere adorano. Questa è la vera ragione per cui celebriamo la Festa del Papà, per non parlare di compleanni ed anniversari, a cui gli uomini non fingerebbero mai di dare importanza se le donne non li costringessero. (Mi rendo conto che sto facendo delle ampie generalizzazioni qui. Arrangiatevi.) “          da Dave Barry I’ll mature when I’m dead

Questa storiella è piena di stereotipi sessisti a cui si potrebbe obbiettare. A cominciare al fatto che le donne non esprimono quello che vogliono o che i papà non ci tengono ad essere festeggiati per la Festa del Papà.

Ma questo non è il punto.

Il punto è che la storia è divertente anche o proprio perché è sessista. Ed è proprio il sessismo ovvero la stereo tipizzazione estrema di uomini e donne che svela una verità profonda della comunicazione fra uomini e donne.

Le donne apprezzano e cercano sofisticate forme di comunicazione nelle relazioni e attribuiscono significato e valori a gesti, parole ed intenzioni. Sono complesse.

Gli uomini risolvono, analizzano e archiviano. Sono semplici e cercano forme di comunicazione e relazione lineare e semplice.

La storiella mette in luce queste differenze e parla all’esperienza universale della difficoltà di comunicazione fra uomini e donne. La stereo tipizzazione in questo caso è funzionale ad una narrazione che ci svela qualcosa di nuovo sull’interazione fra uomini e donne.

La maggior parte delle battute sessiste non fa questo. Rigira il coltello nella piaga del sessismo dilagante nella nostra società senza contribuire in alcun modo a svelare qualcosa di nuovo. Prendiamo la questione della pubblicità della Durex in Sud Africa per fare un esempio concreto. La pubblicità mandata su twitter dalla nota ditta di profilattici recitava. ““Perché Dio ha creato i peni? Per avere almeno un modo per zittire le donne”. Davanti alla risposta piuttosto indignata di alcune donne Durex all’inizio non si è scusata. Ha infatti replicato che era “solo una battuta”.Dopo un’ulteriore serie di tweet contro la battuta, l’azienda si è decisa finalmente a scusarsi . Cosa distingue i due tipi di sessismo? Nell’ultimo esempio non si svela niente di nuovo, si ingigantisce soltanto l’idea che le donne non stanno mai zitte, che è fastidioso sentirle parlare e che l’unica cosa utile che possono fare è svolgere un ruolo di servizio sessuale. Quello che sta dietro la battuta è una serie di offese e svalorizzazioni delle donne. La differenza fra ciò che fa ridere e ciò che invece rappresenta solo una forma vigliacca di offesa è il messaggio che si vuole passare e l’intelligenza con cui si riesce a comunicare.

La luce alla fine del tunnel?

Depongo come teste del Pubblico Ministero in un processo per violenza domestica. Ho seguito la donna per 4 anni come operatrice al Centro Antiviolenza.

L’ho vista pesta, più volte.

Oggi mi chiamano a raccontare eventi archiviati da anni nella memoria insieme alle storie di centinaia di altre donne.

Ma oggi è diverso.

Oggi non sono in una stanza ad accogliere la sua storia di lacrime ed impotenza.

Oggi siamo in un’aula di tribunale.

Sul banco degli imputati sta il marito ed è il suo momento di lacrime ed impotenza.

Si sovrappongono e si intrecciano due storie parallele e quasi contrastanti in quest’aula.

Da una parte il tentativo dell’avvocato dell’accusa di screditare la donna: “è provocatoria, ha degli amanti, è giovane, bella e libera”. “Lui, pover’uomo è un buon padre”. Arriva anche a chiedermi nel controinterrogatorio se, a parte i calci, i pugni, le percosse le offese e le svalorizzazioni continue non le avesse fatto mancare niente. Me lo chiede così, senza cogliere l’ironia.

L’avvocato tenta battute che cadono nel vuoto, fa finta di dimenticare il nome della Signora, a sottolineare l’insignificanza della persona. E’ un avvocato uomo, maturo, di comprovata esperienza, un vecchio volpone penalista che trasuda sicumera e tracotanza.

Cerca di fare il gioco di sempre, fatto dello svalutare la violenza (“in fondo chissà mai cosa avrà fatto, quest’uomo), screditare la donne e trattare l’intera questione con noncuranza.

Ma intorno a lui qualcosa è cambiato.

Emerge contemporaneamente un’altra storia di una Italia che forse sta cambiando. Il magistrato donna, è del pool specializzato della Procura sulla violenza alle donne. Non si diverte alle battute sessiste. Il Pubblico Ministero è una giovane donna, molto preparata, seria e determinata. Interroga con piglio e non permette all’avvocato di condurre il gioco.

Alla fine, le cose non si mettono bene per l’imputato, l’avvocato è innervosito e sbotta: “Ai miei tempi si cercava la verità, non di vincere a tutti i costi”. Ma la giovane PM non lascia correre “Mi irrita il suo commento, lo trovo una mancanza di rispetto. Ciascuno faccia il suo lavoro, io il mio l’ho sempre fatto cercando la verità”.

Due storie parallele, due verità opposte. Contemporaneamente nella stessa aula di giustizia una visione maschilista e stanca, un po’ arrogante, ma quasi leggermente annoiata di se stessa, che non si sforza davvero di reagire. Dall’altra molteplici pluralità di vite di donne costruiscono una verità più complessa, generazioni di donne, il magistrato, il pm ed io, con idee probabilmente molto diverse, si incrociano per ragioni prettamente professionali e per un attimo si scambiano uno sguardo di speranza per il futuro.

La parola agli uomini che agiscono violenza: 5 suggerimenti per fermare la violenza alle donne. Riflessioni post 8 marzo.

Per molti anni l’8 marzo è stato per me un periodo di intenso lavoro con la partecipazione a vari eventi e manifestazioni. E’ un momento di grossa visibilità della violenza e quindi, lavorando in un Centro antiviolenza, si cercava di sfruttare il momento per fare sensibilizzazione e raccolta fondi.

Quest’anno è stato diverso.

Da 3 anni conduco un gruppo psico-educativo con uomini che agiscono o hanno agito violenza nelle relazioni affettive e l’8 marzo era giorno di gruppo. Come hanno vissuto gli uomini l’effetto combinato dell’attenzione dei media al tema della violenza alle donne e della recrudescenza di episodi violenti che hanno visto l’onore delle prime pagine dei giornali?

Emozioni molto intense: si esasperano i sentimenti che per loro sono rifugi naturali. Rabbia innanzitutto per sentirsi additati come mostri, ma anche un grande senso di incomprensione per il significato che per loro hanno le relazioni affettive. Un senso di ingiustizia per il fatto che loro sono e si sentono come tutti gli altri uomini, ma portano le stigmate per aver avuto il coraggio di affrontare le loro vulnerabilità. E nel momento in cui si sentono più fragili, vengono colpiti.

Il senso di colpa, il dolore, la vergogna per aver fatto del male alle persone a cui vogliono bene. L’intensità di queste sensazioni li porta a svelare il momento esatto in cui la violenza da un’azione normale e giustificabile è diventata un gesto grave, un reato.

E nel sentirli parlare e condividere emozioni e paure si svelano segreti che da anni cerco di capire. Cosa crea il cambiamento? Come possiamo rendere gli uomini consapevoli dei loro comportamenti violenti? Come possiamo spingerli ad assumersi la responsabilità dei loro gesti?

Tutti gli uomini sembrano concordare su alcuni punti:

1) la consapevolezza della violenza dipende da uno scambio fra un processo interno – so che quello che sto facendo è sbagliato – che hanno tutti gli uomini nel gruppo al di là delle giustificazioni e minimizzazioni e lo sguardo esterno di chi vede la violenza e la condanna (o fa finta che sia normale);

2) che la violenza non dovrebbe far parte delle relazioni affettive ;

3) guardandosi attorno vedono la violenza maschile ovunque e si domandano perché sia così invisibile e poco condannata;

4) nel processo di assunzione di responsabilità hanno spesso chiesto aiuto, al medico, allo psichiatra, allo psicologo, agli amici, ai parenti, ma nessuno ha saputo dargli indicazioni precise per fermare la violenza.

Quest’anno per l’8 marzo ho avuto in dono dagli uomini 5 preziose indicazioni sulla strada da fare per lavorare con gli uomini per terminare la violenza alle donne.

1)      Dobbiamo parlare della violenza in un modo diverso. Con il rispetto della sofferenza e con un messaggio di speranza e cambiamento sia per chi subisce che per chi agisce.

2)      Le nostre analisi sociologiche, storiche, psicologiche e di costume devono articolarsi sulle differenze di genere e sul significato che la violenza ha per uomini e donne, con attenzione e profondità. Basta ripetere all’infinito stereotipi datati o obsoleti che non rappresentano la complessa realtà della violenza interpersonale.

3)      Lo ammetto. Gli uomini non vanno a frotte a cercare luoghi di incontro e confronto, luoghi in cui ritrovare le parole per parlare del loro disagio e sofferenza. Ma quei pochi luoghi che ci sono e gli spazi che permettono questa riflessione devono essere sostenuti, studiati e incrementati.

4)      Aumentare il livello della formazione di tutti i professionisti in modo che le risposte degli operatori siano appropriate. Se chi vive un disagio legato alla violenza chiede aiuto è importante sapere cosa dirgli e indicargli una risposta professionale.

5)      Ultimo, ma non ultimo. Gli uomini hanno bisogno di una società che condanni la violenza in tutte le sue forme, hanno bisogno e chiedono di essere prima che compresi, fermati.